L’Italicum al vaglio

Qualsiasi cosa succeda, comprese tappe per scalatori o velocisti, comunque finisca la corsa, per ora i vincitori di tappa sono due: Berlusconi che è riuscito a tornare in pista anche dopo una condanna penale e una decadenza dal Parlamento, tra lo stupore della stampa internazionale, e Renzi che ha rianimato a pugni nello stomaco un panorama politico agonizzante e prossimo al decesso.

In mezzo, come in quel proverbio africano sugli elefanti che litigano a spese dell’erba, è rimasto ben poco, anzi pochissimo: centristi che si leccano le ferite, intenti a decidere da che parte stare, partiti minori delle varie coalizioni obbligati ad accordarsi, per poter sperare di sopravvivere, il movimento di Grillo che vede allontanarsi l’ipotesi di governare l’Italia da solo, a meno che non prenda il 37% dei voti (mai dire mai!).

Forse qualche mese fa un accordo del genere non sarebbe stato possibile.
E nell’era geologica del Terzo Polo, quella con Fini determinante a sostenere o meno le maggioranze e Monti Presidente del Consiglio dei Ministri, non lo avrebbe ipotizzato nemmeno un autore di libri di fantascienza. Ma il repentino cambiamento dello scenario politico ha consentito al segretario del Pd e al presidente di Forza Italia di ripescare dall’angolo più buio della cantina il bipolarismo, garanzia per entrambi di continuare a dare le carte.

Il diavolo si nasconde nei dettagli, è vero, e le trattative dei prossimi mesi saranno ancora più importanti di quelle svoltesi nel fine settima 18-19 gennaio scorso. Il Parlamento difficilmente riuscirà ad approvare la nuova legge elettorale prima di fine marzo.
Certamente non saranno settimane di convenevoli, ci saranno anche da ridisegnare le circoscrizioni elettorali, sempre che il testo base non esca martoriato della Commissione Affari Costituzionali.

Ma alcune certezze, possono già intuirsi dalla bozza votata dalla direzione del Pd.
La prima riguarda appunto i centristi, che – con il mix disposto di soglia di sbarramento e maggioranza certa – rischiano la sopravvivenza ancora più che col Porcellum. Chi immagina di condurre una campagna elettorale senza dichiarare da che parte stare, proponendosi come alternativa ragionevole a entrambe le coalizioni, può pensare di contare qualcosa solo se supera la soglia e auspicando che nessuno arrivi al 37%.

Anche chi si pone come polo dell’alternativa ai due poli classici (Beppe Grillo) rischia un ridimensionamento: se i sondaggi si rivelassero vicini al risultato finale, infatti, al secondo turno gli elettori “Grillini” dovranno scegliere per forza da che parte stare, oppure rimanere a casa come hanno fatto gli elettori delle forze antisistema in Francia durante il ballottaggio tra Hollande e Sarkozy.
Grillo potrebbe diventare determinante se facesse un accordo per il secondo turno con Renzi o con Berlusconi, ma il rischio di snaturare la propria proposta politica, il proprio modo d’essere è così alto che, finora, non ha voluto correrlo nemmeno con Bersani nella primavera dello scorso anno.

Infine, c’è il ridimensionamento dei partiti minori sia di destra che di sinistra, che in caso di approvazione della legge, così come proposta, dovranno fare bene i conti prima di decidere se presentare il proprio simbolo o se chiedere ospitalità, e se si a quali condizioni nelle liste altrui.
Potrebbe tornare all’ovile Alfano, come auspicano diversi falchi di Forza Italia che sperano di prendersi una rivincita sull’ex segretario traditore, e potrebbe addirittura non rischiare Vendola, mettendo i candidati di Sel nelle liste del Pd.

Cambiare tutto e stravolgere il quadro politico per tornare al processo di semplificazione avviato da Veltroni nel 2007 e poi affogato nella palude delle scissioni interne: difficile prevedere se stavolta potrà resistere di più, mai smettere di credere nelle idee.

Andrea Davoli