Dalla Città

Bando accoglienza: le ragioni di una mancata partecipazione

All’inizio del mese, le cooperative impegnate nell’accoglienza annunciavano la volontà di non prendere parte al bando di gara predisposto dalla Prefettura per la riassegnazione del servizio. Un’altra volta. Se nella primavera del 2019, in piena stagione Decreti sicurezza, le cooperative decisero di disertare i bandi a causa di una drastica diminuzione di risorse, tale da non consentire la copertura di servizi fondamentali nei percorsi di integrazione come i corsi di lingua italiana, a questo giro il punto maggiormente controverso è rappresentato dal criterio preferenziale di accoglienza in strutture ampie che sarebbe non in linea con il modello locale e foriero di maggiori complessità nell’attuale situazione pandemica. 
Grazie a un contributo di Elena Montecchi, già deputata (sintesi biografica a fondo pagina), approfondiamo la vicenda e, per quanto è possibile in questa fase, accogliamo positivamente l’appello posto in chiusura all’articolo che segue, offrendo nelle prossime settimane questo nostro portale come spazio di confronto e di supporto per chi opera in queste realtà, con l’auspicio che la recentissima approvazione del “dl Immigrazione” possa risolvere nei fatti e in breve tempo le varie e gravi distorsioni create dalle odiose misure salviniane.

Alcune cooperative sociali reggiane, da tempo impegnate nella gestione dei servizi di accoglienza per i rifugiati, hanno deciso di non partecipare ai bandi di gara d’appalto emessi dalla Prefettura. La loro protesta è motivata dal fatto che il modello organizzativo previsto dagli schemi del Ministero degli Interni, privilegia l’utilizzo di strutture destinate ad accogliere un numero elevato di persone. Invece, i risultati ottenuti nella nostra Provincia dimostrano che le forme di accoglienza diffuse sul territorio (anche grazie all’utilizzo di soluzioni abitative in svariati appartamenti), favoriscono i rapporti positivi tra i i cittadini che richiedono l’asilo per ragioni umanitarie e le comunità.
La stampa locale ha dato conto delle iniziative intraprese dalle cooperative sociali per far valere le ragioni di una esperienza che si è rivelata positiva e vincente; ma, e nonostante la diffusione di queste notizie, la vicenda non ha suscitato particolare interesse né da parte dell’opinione pubblica, né da parte delle forze politiche e sociali cittadine.       

A mio avviso è importante approfondire le ragioni dei silenzi che incombono sul delicato tema dell’accoglienza dei richiedenti asilo. Senza dubbio pesano l’indifferenza, il pregiudizio e la paura: questi sono i sentimenti che sono stati “coltivati” su ogni aspetto che riguarda il vasto e complesso tema dell’immigrazione. Ed è, altresì, indubbio il fatto che l’Italia sia stato e sia un Paese particolarmente esposto al consistente afflusso di cittadini asiatici e africani che sono approdati e approdano illegalmente sulle nostre coste.       

Molti di loro sono i cosiddetti “migranti economici”, ma tanti altri fuggono da Paesi in guerra, nei quali regnano la violenza e la morte. Non a caso il diritto internazionale, e le leggi italiane, distinguono giuridicamente lo status del migrante illegale da quello del richiedente asilo. In entrambi i casi permane il valore-guida del “trattamento umano”, ma il richiedente asilo gode di “diritti legalmente riconosciuti”.         
Tuttavia da molto, troppo, tempo nel nostro Paese si sono colpevolmente diffuse la politica e la pratica dell’odio che hanno irrimediabilmente chiuso ogni spazio di dibattito razionale sulle diverse problematiche che riguardano sia l’immigrazione illegale, sia i richiedenti asilo.Le responsabilità culturali, politiche e morali di questo degrado del dibattito pubblico sono molteplici e non coinvolgono solo i “capitani” della destra. Anche altri, a partire dal mondo dell’informazione, sono stati protagonisti di vere e proprie campagne d’odio organizzate indiscriminatamente contro gli “sbarchi” e contro chi lavora nel campo dell’accoglienza dei migranti.   

Queste campagne violente non sono state contrastate con fermezza, non si sono eretti argini in grado di proporre un punto di vista democratico, articolato su più piani e, dunque, in grado di incidere positivamente sull’opinione pubblica. In primo luogo i nostri concittadini non sono stati aiutati a comprendere fino in fondo che la soluzione dei problemi che riguardano i migranti economici illegali non è facile ma è possibile, purché si agisca attraverso la cooperazione europea e la contestuale collaborazione fattiva con in Paesi africani.        
I cittadini non sanno neppure che gli unici risultati positivi ottenuti sul campo dall’Italia, sia in ambito europeo, sia con diversi Paesi Africani, risalgono ai Governi Letta, Renzi e Gentiloni. Nel quinquennio 2013/2018 il nostro Paese fu tra i principali protagonisti nella definizione di accordi internazionali sulla sicurezza dei confini europei (Italia, Grecia, Spagna e Malta).

 La sicurezza dei Paesi democratici è un valore fondamentale che va perseguito e difeso. Ma va combattuta la tentazione reazionaria e strumentale di tutti coloro che, in nome della sicurezza, emanano leggi e compiono azioni che violano lo stato di diritto e ogni norma internazionale che riguarda il rispetto della vita umana e l’obbligo del soccorso in mare. Nella fase in cui il Movimento 5 Stelle ha governato con la Lega sono accaduti episodi moralmente e umanamente indecenti.

La maggioranza dei Paesi centro-nord europei ha una buona politica di accoglienza dei cittadini richiedenti asilo, che si è ulteriormente affinata dopo il crollo del muro di Berlino e dopo le guerre combattute all’interno dei diversi territori dell’ex Jugoslavia. L’Italia è un Paese che accoglie un numero relativamente limitato di richiedenti asilo.             
Non è il caso qui di esaminare nel dettaglio le ragioni storiche e giuridiche della nostra politica sulla materia. Resta tuttavia il fatto che l’accoglienza è un dovere anche per l’Italia e che nei confronti delle politiche di integrazione per i richiedenti asilo qualche passo avanti positivo è stato compiuto. Reggio è una delle province che ha progettato un buon modello di inserimento di questi cittadini nelle nostre comunità locali. Probabilmente i nostri concittadini non sanno che sul nostro territorio ci sono circa 300 appartamenti nei quali risiedono dei rifugiati.        
Pochi conoscono il faticoso lavoro che svolgono gli operatori e i volontari per gestire i programmi di educazione linguistica e di inserimento lavorativo di questi uomini e donne che provengono da molto lontano e che hanno alle spalle storie di vita che meriterebbero di essere conosciute. Reggio ha una lunga tradizione di accoglienza perché il nostro tessuto sociale, civile, politico e religioso è sempre stato molto ricco. Il modo di operare, qui, degli Enti Locali, delle cooperative e dei volontari è anche il frutto di questa nostra storia. Della quale siamo legittimamente fieri. 
Nel dopoguerra accogliemmo i profughi dell’Istria e della Dalmazia, negli anni 70 arrivarono i sud-vietnamiti (i boat-people) e i cileni perseguitati dal regime di Pinochet, negli anni ‘90 fu la volta degli albanesi che fuggivano dal loro paese dopo il crollo del regime comunista. Però la memoria di “come eravamo” non è sufficiente per affrontare i tempi e i problemi nuovi generati dal cambiamento demografico e, perfino, del colore della pelle di chi vive con noi.         
La nostra città e la nostra Provincia sono ancora territori inclusivi, ma vanno individuate chiavi interpretative e di lettura della nostra realtà in grado di prospettare il futuro. È indispensabile che si recuperi un terreno di appassionata discussione civile e di conoscenza profonda del territorio in cui viviamo. 

Mi piace pensare che, prima o poi, nelle sedi dei partiti del centro-sinistra, nei centri sociali o nelle biblioteche sia data la voce a chi lavora per l’integrazione tra “diversi”, a chi studia l’evoluzione dei fenomeni della migrazione causata dalle guerre e a chi ha vissuto e conosciuto la violenza sulla propria pelle e il dolore causato dall’abbandono del Paese in cui è nato e cresciuto.           
Vorrei che alla nostra concittadina Federica, operatrice di una Cooperativa Sociale, fosse concessa la possibilità di dialogare con noi.  Perché lei ed altri ci aiuterebbero a “scoprire” una parte della vita che si svolge nella nostra città. Federica ha detto: “A chi mi chiede perché faccio questo lavoro, rispondo così: io guardo la classe di mio figlio, che è in terza elementare. Guardo da dove vengono i suoi compagni di classe. La realtà è questa. Che senso ha dire “prima gli italiani”? I nostri figli avranno a che fare con questo mondo, ci piaccia o no. Davvero vogliamo crescerli nell’odio, nell’indifferenza? È questo lo strumento che vogliamo lasciargli? (citazione da, immigrazione.it, Invece si può! Storie di accoglienza diffusa).

Elena Montecchi

Elena Montecchi, già Consigliera e Assessore Comunale, deputata dal 1986 al 2006. Sottosegretaria presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1996 al 2001; Vice-Presidente del Gruppo Parlamentare DS-l’Ulivo dal 2001 al 2006; Sottosegretaria presso il Ministero dei Beni Culturali dal 2006 al 2008. Nominata, nel 2009, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, componente dell’Autorita’ garante dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali,  ha concluso il proprio mandato nel 2016. Attualmente fa parte del Consiglio di Amministrazione di ATER-Balletto-Fondazione Nazionale della Danza. 

Circolo PD Reggio 6

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